| L’intervento del vescovo di Novara sull’attuazione del Motu proprio
In riferimento a voci che si susseguono nei giornali in ordine all’attuazione del Motu proprio sulla liturgia «Summorum Pontificum», pubblichiamo il testo che il vescovo di Novara, monsignor Renato Corti, ha indirizzato ai suoi sacerdoti e che porta il significativo titolo «La concorde unità della celebrazione liturgica»: ci pare prezioso in ordine alla formulazione di un giudizio su vicende oggi all’interesse della stampa. A proposito del recente Motu proprio mi sembra opportuno ricordare anzitutto quanto viene detto da Benedetto XVI nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007): «In relazione alla corretta ars celebrandi un compito imprescindibile spetta a coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine: vescovi, sacerdoti e diaconi, ciascuno secondo il proprio grado, devono considerare la celebrazione come loro principale dovere ». A proposito del vescovo diocesano si afferma che egli «è la guida, il promotore e il custode di tutta la vita liturgica». Si aggiunge che «la comunione con il vescovo è la condizione perché ogni celebrazione sul territorio sia legittima». Perciò si conclude che «a lui spetta salvaguardare la concorde unità delle celebrazioni nella sua diocesi». Pertanto dovrà «fare in modo che i presbiteri, i diaconi e i fedeli comprendano sempre più il senso autentico dei riti e dei testi liturgici e così siano condotti ad un’attiva e fruttuosa celebrazione dell’Eucaristia'» (n. 39). Ho già commentato questo testo del Papa nell’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo. Sono in dovere di applicarlo nel modo più pieno possibile e di chiedere ai sacerdoti di offrire il proprio contributo alla «concorde unità della celebrazione» eucaristica in diocesi.
Con riferimento specifico al Motu proprio del 7 luglio scorso sono stati resi noti interventi ufficiali, da parte della nostra diocesi, con una mia lettera e una nota del provicario generale. Tali interventi, pubblicati sul settimanale diocesano in data 14 luglio e sulla Rivista diocesana novarese (settembre 2007), erano rivolti ai sacerdoti e a tutti i fedeli come orientamento autorevole circa l’attuazione del documento. Onde favorire una conoscenza diretta del pensiero del Santo Padre, ricordo di nuovo alcuni passaggi del Motu proprio. Si legge che «il Messale Romano promulgato da Paolo VI è l’espressione ordinaria della 'lex orandi' della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da san Pio V e nuovamente edito dal beato Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa 'lex orandi' e deve essere tenuto in debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della 'lex orandi' della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella 'lex credendi' della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano. Perciò è lecito celebrare il sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal beato Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della liturgia della Chiesa» (art. 1). Il Papa aggiunge: «Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del vescovo a norma del canone 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa». E ancora: «La celebrazione secondo il Messale del beato Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può avere anche una celebrazione del genere ( una etiam celebratio huiusmodi fieri potest) » (Art. 5, § 1-2). Nella lettera che accompagna il Motu proprio Benedetto XVI afferma che «ovviamente per vivere la piena comunione, anche i sacerdoti delle comunità aderenti all’uso antico non possono in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso». Come si vede, il Motu proprio può essere messo in atto «nelle parrocchie nelle quali esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica». Qualora esistano tali condizioni, nelle domeniche e nelle feste è obbligatorio celebrare le sante Messe in piena conformità al Messale di Paolo VI indicato come «forma ordinaria». Rimane possibile celebrare una santa Messa (una sola) nella «forma straordinaria», e cioè quella del Messale di Giovanni XXIII. Tale celebrazione, destinata al «coetus fidelium» che l’ha chiesta, non deve sostituire le Messe nella «forma ordinaria», destinate all’intera comunità parrocchiale. Da parte dei parroci va dunque garantita la «forma ordinaria» della celebrazione eucaristica, soprattutto nei giorni di festa e nelle domeniche. Voglio concludere dando evidenza a due intenzioni che hanno condotto il Papa a scrivere il Motu proprio. La prima è che la riforma liturgica venga compresa e praticata in tutta la sua ricchezza. In tal modo «nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale». La seconda intenzione è che il Motu proprio favorisca «una riconciliazione interna nel seno della Chiesa». È evidente che questa speranza espressa dal Papa chiede, in particolare ai sacerdoti, di compiere dei passi che abbiano come logica profonda l’unità interna alla parrocchia stessa, nell’accoglienza di tutto il popolo di Dio loro affidato; e poi l’unità con il presbiterio e con la diocesi intera, e in particolare con il vescovo. Tenendo conto di questo suggerimento del Papa si eviteranno incertezze e sofferenze nelle nostre comunità. Si favorirà inoltre che, nel prossimo futuro, grande sia la premura nei confronti della celebrazione liturgica in tutte le nostre comunità, così da valorizzare le ricchezze che i santi riti contengono. Prego Dio perché questo spirito di unità venga chiaramente testimoniato.
Renato Corti, vescovo di Novara «Compito del pastore è garantire la legittimità di ogni celebrazione Il Messale del 1962, forma straordinaria dell’unico rito» |
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