Wednesday, November 28, 2007



Don Giusto: “Stop alle Messe di san Pio V”

Pubblicato il Monday 26 November @ 11:04:29

Stop, fino a nuove disposizioni, alle Messe celebrate secondo il rito di san Pio V. Dopo il recente episodio avvenuto nell’oratorio di san Michele a Celle ligure, l’amministratore diocesano monsignor Andrea Giusto prende posizione: “In assenza del vescovo - afferma - e non essendo ancora sufficientemente chiarite le condizioni che renderebbero lecita la celebrazione secondo il Messale di san Pio V, chiedo fermamente ai sacerdoti della diocesi di non accordare il permesso a gruppi che domandassero la celebrazione e di vigilare affinché in nessuna chiesa del territorio diocesano si organizzino Messe secondo il rito pre-conciliare”.

Stop, fino a nuove disposizioni, alle Messe celebrate secondo il rito di san Pio V. Dopo il recente episodio avvenuto nell’oratorio di san Michele a Celle ligure, l’amministratore diocesano monsignor Andrea Giusto prende posizione: “In assenza del vescovo - afferma - e non essendo ancora sufficientemente chiarite le condizioni che renderebbero lecita la celebrazione secondo il Messale di san Pio V, chiedo fermamente ai sacerdoti della diocesi di non accordare il permesso a gruppi che domandassero la celebrazione e di vigilare affinché in nessuna chiesa del territorio diocesano si organizzino Messe secondo il rito pre-conciliare”.
“Le condizioni per questo tipo di celebrazioni – s’inserisce il liturgista savonese Andrea Grillo – sono la presenza di un gruppo stabilmente costituito e la sua partecipazione attiva al rito. Ciò significa che occorrono una formazione liturgica solida e una conoscenza della lingua latina, e che queste Messe non siano organizzate ‘ad inviti’, quasi si trattasse di uno spettacolo o di un evento privato”.
La decisione dell’amministratore diocesano avrà come conseguenza che, fino a nuove disposizioni che dipenderanno comunque dal futuro vescovo, né a Celle né altrove possano essere celebrate Messe secondo il rituale di san Pio V.

Tuesday, November 27, 2007

Messa in latino, Corti: «Il criterio sia l’unità»
la riflessione


L’intervento del vescovo di Novara sull’attuazione del Motu proprio


In riferimento a voci che si sus­seguono nei giornali in ordine all’attuazione del Motu pro­prio sulla liturgia «Summo­rum Pontificum», pubblichia­mo il testo che il vescovo di No­vara, monsignor Renato Corti, ha indirizzato ai suoi sacerdo­ti e che porta il significativo ti­tolo «La concorde unità della celebrazione liturgica»: ci pare prezioso in ordine alla formu­lazione di un giudizio su vi­cende oggi all’interesse della stampa.

A
proposito del recente Motu proprio mi sem­bra opportuno ricor­dare anzitutto quanto viene detto da Benedetto XVI nell’E­sortazione apostolica Sacra­mentum caritatis (22 febbraio 2007): «In relazione alla cor­retta ars celebrandi un compi­to imprescindibile spetta a co­loro che hanno ricevuto il sa­cramento dell’ordine: vescovi, sacerdoti e diaconi, ciascuno secondo il proprio grado, de­vono considerare la celebra­zione come loro principale do­vere ». A proposito del vescovo diocesano si afferma che egli «è la guida, il promotore e il cu­stode di tutta la vita liturgica». Si aggiunge che «la comunio­ne con il vescovo è la condi­zione perché ogni celebrazio­ne sul territorio sia legittima». Perciò si conclude che «a lui spetta salvaguardare la con­corde unità delle celebrazioni nella sua diocesi». Pertanto dovrà «fare in modo che i pre­sbiteri, i diaconi e i fedeli com­prendano sempre più il senso autentico dei riti e dei testi li­turgici e così siano condotti ad un’attiva e fruttuosa celebra­zione dell’Eucaristia'» (n. 39). Ho già commentato questo te­sto del Papa nell’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo. Sono in dovere di ap­plicarlo nel modo più pieno possibile e di chiedere ai sa­cerdoti di offrire il proprio con­tributo alla «concorde unità della celebrazione» eucaristi­ca in diocesi.

Con riferimento specifico al
Motu proprio
del 7 luglio scor­so sono stati resi noti inter­venti ufficiali, da parte della nostra diocesi, con una mia lettera e una nota del provica­rio generale. Tali interventi, pubblicati sul settimanale dio­cesano in data 14 luglio e sul­la Rivista diocesana novarese (settembre 2007), erano rivol­ti ai sacerdoti e a tutti i fedeli come orientamento autorevo­le circa l’attuazione del docu­mento.

Onde favorire una conoscen­za diretta del pensiero del San­to Padre, ricordo di nuovo al­cuni passaggi del Motu pro­prio.
Si legge che «il Messale Romano promulgato da Pao­lo VI è l’espressione ordinaria della 'lex orandi' della Chiesa cattolica di rito latino. Tutta­via il Messale Romano pro­mulgato da san Pio V e nuova­mente edito dal beato Gio­vanni XXIII deve venir consi­derato come espressione straordinaria della stessa 'lex orandi' e deve essere tenuto in debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della 'lex o­randi' della Chiesa non porte­ranno in alcun modo a una di­visione nella 'lex credendi' della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano. Perciò è lecito celebrare il sa­crificio
della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal bea­to Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della liturgia del­la Chiesa» (art. 1). Il Papa ag­giunge: «Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un grup­po di fedeli aderenti alla pre­cedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebra­zione della santa Messa se­condo il rito del Messale Ro­mano edito nel 1962. Provve­da a che il bene di questi fede­li si armonizzi con la cura pa­storale ordinaria della parroc­chia, sotto la guida del vesco­vo a norma del canone 392, e­vitando la discordia e favoren­do l’unità di tutta la Chiesa». E ancora: «La celebrazione se­condo il Messale del beato Giovanni XXIII può aver luo­go nei giorni feriali; nelle do­meniche e nelle festività si può avere anche una celebrazione del genere ( una etiam celebra­tio huiusmodi fieri potest) » (Art. 5, § 1-2).
Nella lettera che accompagna il
Motu proprio Benedetto XVI afferma che «ovviamente per vivere la piena comunione, anche i sacerdoti delle comu­nità aderenti all’uso antico non possono in linea di prin­cipio, escludere la celebrazio­ne secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’e­sclusione totale dello stesso». Come si vede, il Motu proprio
può essere messo in atto «nel­le parrocchie nelle quali esiste stabilmente un gruppo di fe­deli aderenti alla precedente
tradizione liturgica». Qualora esistano tali condizioni, nelle domeniche e nelle feste è ob­bligatorio celebrare le sante Messe in piena conformità al Messale di Paolo VI indicato come «forma ordinaria». Ri­mane possibile celebrare una santa Messa (una sola) nella «forma straordinaria», e cioè quella del Messale di Giovan­ni XXIII. Tale celebrazione, de­stinata al «coetus fidelium» che l’ha chiesta, non deve so­stituire le Messe nella «forma ordinaria», destinate all’intera comunità parrocchiale. Da parte dei parroci va dunque garantita la «forma ordinaria» della celebrazione eucaristica, soprattutto nei giorni di festa e nelle domeniche.
Voglio concludere dando evi­denza a due intenzioni che hanno condotto il Papa a scri­vere
il Motu proprio. La prima è che la riforma liturgica ven­ga compresa e praticata in tut­ta la sua ricchezza. In tal mo­do «nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti al­l’antico uso. La garanzia più si­cura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità par­rocchiali e venga da loro ama­to consiste nel celebrare con grande riverenza in confor­mità alle prescrizioni; ciò ren­de visibile la ricchezza spiri­tuale e la profondità teologica di questo Messale».
La seconda intenzione è che il
Motu proprio favorisca «una riconciliazione interna nel se­no della Chiesa». È evidente che questa speranza espressa dal Papa chiede, in particola­re ai sacerdoti, di compiere dei passi che abbiano come logi­ca profonda l’unità interna al­la parrocchia stessa, nell’ac­coglienza di tutto il popolo di Dio loro affidato; e poi l’unità con il presbiterio e con la dio­cesi intera, e in particolare con il vescovo. Tenendo conto di questo suggerimento del Pa­pa si eviteranno incertezze e sofferenze nelle nostre comu­nità. Si favorirà inoltre che, nel prossimo futuro, grande sia la premura nei confronti della celebrazione liturgica in tutte le nostre comunità, così da va­lorizzare le ricchezze che i san­ti riti contengono. Prego Dio perché questo spirito di unità venga chiaramente testimo­niato.


Renato Corti, vescovo di Novara

«Compito del pastore è garantire la legittimità di ogni celebrazione Il Messale del 1962, forma straordinaria dell’unico rito»




La Cattedrale di Novara. In alto a sinistra, il vescovo Renato Corti

Monday, November 19, 2007

Archbishop Ranjith's interview to L'Osservatore Romano

L'arcivescovo Ranjith interviene nel dibattito sulla liturgia

Fedeltà al Concilio


Maurizio Fontana

A sessant'anni di distanza dalla pubblicazione dell'enciclica di Pio XII Mediator Dei, il dibattito sulla liturgia è quanto mai aperto e vivo: la recente entrata in vigore del motu proprio Summorum Pontificum - con il quale Benedetto XVI ha concesso la possibilità di celebrare l'Eucaristia secondo il messale tridentino senza dover chiedere il permesso del vescovo - ha alimentato un confronto che a partire dal Concilio Vaticano II non è stato, in realtà, mai sopito.
Ne "L'Osservatore Romano" di domenica 18 novembre, Nicola Bux, proprio richiamandosi alla Mediator Dei, ha riaffermato l'importanza di un dibattito ampio sulla liturgia, portato avanti "senza pregiudizi e con grande carità": un confronto - ha specificato - necessariamente guidato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
Su questi temi abbiamo intervistato il segretario della Congregazione per il Culto Divino, l'arcivescovo Albert Malcom Ranjith.

Partiamo proprio dalla Mediator Dei: possiamo riassumerne gli aspetti qualificanti?

Con l'enciclica Mediator Dei, Pio XII - sulla base anche di quanto affermato da Pio X nel motu proprio Tra le sollecitudini - cerca di presentare ai fedeli una sintesi teologica dell'intima essenza della liturgia: si sofferma a coglierne le origini e la definisce come l'atto sacerdotale di Cristo che rende lode e gloria a Dio e - soprattutto attraverso il suo sacrificio - effettua la volontà salvifica del Padre. In questo senso Cristo è al centro della preghiera e del ruolo sacerdotale della Chiesa.
"Il Divino Redentore - leggiamo nell'enciclica - volle, poi, che la vita sacerdotale da Lui iniziata nel suo corpo mortale con le sue preghiere e il suo sacrificio, non cessasse nel corso dei secoli nel suo Corpo Mistico che è la Chiesa". In sostanza l'enciclica evidenzia che il culto non è il nostro, ma è quello di Cristo nel quale tutti noi siamo inseriti. Più o meno è la linea che Benedetto XVI ha offerto nei suoi scritti liturgici prima e dopo la sua elezione: non siamo noi che compiamo l'atto liturgico ma in esso ci conformiamo all'atto liturgico celeste che già sta accadendo in eterno.

L'enciclica di Pio XII "sulla sacra liturgia" anticipò di sedici anni la Sacrosantum Concilium: quali rapporti possiamo trovare fra i due documenti? C'è una continuità fra di essi? Davvero - come ha scritto Bux - senza la Mediator Dei non si può comprendere appieno la costituzione conciliare?

Si può senz'altro affermare che la riforma liturgica preconciliare fu una sorta di apertura verso ciò che sarebbe poi successo nel Concilio Vaticano II.
Del resto, il fatto che la Sacrosantum Concilium sia stato il primo documento dell'assise ecumenica conferma non solo l'importanza primaria della liturgia per la vita della Chiesa, ma anche che evidentemente i padri conciliari avevano già a disposizione gli strumenti pronti per procedere a una rapida definizione e al rinnovamento della liturgia. Si deve poi ricordare che la maggior parte degli esperti che avevano lavorato per guidare la riforma preconciliare, sono stati integrati e coinvolti nella preparazione della Sacrosantum Concilium.
C'è insomma una continuità pratica che fa il paio con la continuità teologica: la Sacrosantum Concilium infatti - pur nella spiccata preoccupazione pastorale di rendere la liturgia più efficace e partecipata - esprime bene il concetto della partecipazione alla liturgia celeste. Questo aspetto della Mediator Dei in un certo senso confluisce in maniera naturale nella Sacrosantum Concilium. Anche guardando all'impostazione dei due documenti, troviamo più o meno uno stesso schema compositivo. I legami appaiono chiari: la Sacrosantum Concilium continua la grande tradizione della Mediator Dei, così come la Mediator Dei si era posta sulla linea dei precedenti pontefici, in particolare di Pio X.

Di fronte a questa continuità vanno forse superati certi pregiudizi sulla Chiesa preconciliare e in particolare sullo stesso Pio XII.

Certamente. Del resto il cardinale Ratzinger - nel Rapporto sulla fede - parlava della distinzione tra una interpretazione fedele del Concilio e un approccio piuttosto avventuroso e irreale allo stesso, portato avanti da certi circoli teologici animati da quello che veniva definito lo "spirito del Concilio" e che lui invece definisce "anti spirito" o Konzils-Ungeist. Tale distinzione si può cogliere anche relativamente a quanto accaduto in materia liturgica: in diverse innovazioni introdotte si possono infatti riscontrare delle differenze sostanziali tra il testo della Sacrosantum Concilium e la riforma postconciliare portata avanti. È vero che il documento lasciava spazi aperti all'interpretazione e alla ricerca, ma ciò non vuol dire che esso invitasse a un rinnovamento liturgico inteso come qualcosa da realizzare ex novo; al contrario, esso s'inseriva pienamente nella tradizione della Chiesa.

Come lei stesso ha ricordato, dalla Mediator Dei ai documenti conciliari la centralità di Cristo nella liturgia è sempre affermata con chiarezza e vigore: la cosiddetta Chiesa postconciliare ha saputo incarnare pienamente questa realtà?

Con questo tocchiamo un tasto doloroso. C'è infatti un problema pratico: il valore delle norme e delle indicazioni dei libri liturgici non è stato pienamente capito da tutti nella Chiesa. Faccio un esempio. Quello che accade sull'altare è ben spiegato nei testi liturgici, evidentemente, però, certe indicazioni non sono state prese del tutto sul serio: c'è infatti una certa tendenza a interpretare la riforma liturgica postconciliare utilizzando la "creatività" come regola. Questo non è permesso dalle norme. La liturgia in certi luoghi non sembra riflettere il suo cristocentrismo ma esprime invece uno spirito di immanentismo e di antropocentrismo. La verità è ben diversa: un vero antropocentrismo deve essere cristocentrico. Quello che succede sull'altare è un qualcosa che non operiamo noi: è Cristo che agisce e la centralità della figura di Cristo sottrae quell'atto al nostro governo. Noi siamo assorbiti e ci facciamo assorbire in quell'atto, tanto che alla fine della preghiera eucaristica pronunciamo la stupenda dossologia che recita: "Per Lui, in Lui e con Lui".
La tendenza "creativa" cui accennavo non è permessa dalle istruzioni dei libri liturgici. Purtroppo essa deriva da una cattiva interpretazione dei testi o forse da una scarsa conoscenza di essi e della liturgia stessa.
Dobbiamo renderci conto che la liturgia ha una peculiare caratteristica "conservativa" - ma non nell'accezione negativa che oggi alcuni danno alla parola. Nell'Antico Testamento emerge una grande fedeltà ai riti e lo stesso Gesù ha continuato a essere fedele al rituale dei padri. In seguito, la Chiesa ha proseguito su questa stessa linea. San Paolo afferma: "Io trasmetto a voi ciò che ho ricevuto" (1 Corinzi, 11, 23), e non "ciò che ho inventato". Questo è un aspetto centrale: noi siamo chiamati a essere fedeli a qualcosa che non ci appartiene ma che ci viene dato; dobbiamo essere fedeli alla serietà con cui si celebrano i sacramenti. Perché dovremmo riempire pagine e pagine di istruzioni se poi ciascuno si ritiene autorizzato a fare quello che vuole?

Dopo la pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum si è riacceso il confronto tra i cosiddetti tradizionalisti e innovatori. Ha senso una contrapposizione del genere?

Assolutamente no. Non c'era e non c'è una cesura tra un prima e un dopo, c'è invece una linea continuativa.
Parlando del motu proprio ritorniamo piuttosto al discorso appena affrontato. Riguardo alla messa tridentina c'è stata una domanda crescente nel tempo, via via sempre più organizzata. Di contro, la fedeltà alle norme della celebrazione dei sacramenti continuava a calare. Più diminuivano tale fedeltà, il senso della bellezza e dello stupore nella liturgia, più aumentava la richiesta per la messa tridentina. E allora, di fatto, chi ha realmente chiesto la messa tridentina? Non solo quei gruppi, ma anche coloro che hanno avuto poco rispetto per le norme della celebrazione degna secondo il Novus ordo.
Per anni la liturgia ha subìto troppi abusi e tanti vescovi li hanno ignorati. Papa Giovanni Paolo II aveva fatto un accorato appello nell'Ecclesia Dei afflicta che altro non era se non un richiamo alla Chiesa ad essere più seria nella liturgia. La stessa cosa è avvenuta con l'istruzione Redemptionis sacramentum. Eppure in certi circoli di liturgisti e uffici di liturgia questo documento è stato criticato. Il problema quindi non era la richiesta della messa tridentina, quanto piuttosto un abuso illimitato della nobiltà e della dignità della celebrazione eucaristica.
Di fronte a ciò il Santo Padre non poteva tacere: come si nota nella lettera scritta ai vescovi sul motu proprio e anche nei suoi molteplici discorsi, egli sente un profondo senso di responsabilità pastorale. Questo documento perciò - oltre ad essere un tentativo di cercare l'unione con la Fraternità Sacerdotale san Pio X - è anche un segno, un forte richiamo del pastore universale a un senso di serietà.

È un richiamo anche a chi forma i sacerdoti?

Direi di sì. Del resto di fronte a certe concezioni arbitrarie e poco serie della liturgia c'è da chiedersi cosa s'insegna in alcuni seminari.
Non ci si può accostare alla liturgia con atteggiamento superficiale e poco scientifico. Questo vale per chi adotta un'interpretazione "creativa" della liturgia, ma anche per chi presume troppo facilmente di stabilire come era la liturgia alle origini della Chiesa. Occorre sempre un'attenta esegesi, non ci si può lanciare in ingenue interpretazioni.
Oltre tutto in alcuni circoli liturgici c'è una certa tendenza a sottovalutare quanto la Chiesa ha maturato nel secondo millennio della sua storia. Si parla di impoverimento del rito, ma questa è una conclusione troppo banale e semplicistica: noi crediamo invece che la tradizione della Chiesa si manifesti in uno sviluppo continuo. Non possiamo dire che una parte è migliore di un'altra: ciò che conta è l'azione dello Spirito in continua crescita, pur negli alti e bassi della storia. Noi dobbiamo essere fedeli alla continuità della tradizione.
La liturgia è centrale per la vita della Chiesa: lex orandi, lex credendi, ma anche lex vivendi. Per un rinnovamento vero della Chiesa - desiderato tanto dal Concilio - è necessario che non si limiti la liturgia a uno studio solo accademico, ma che questa diventi una priorità assoluta nelle Chiese locali. Perciò è importante che alla formazione liturgica secondo la mente della Chiesa sia data la giusta importanza a livello locale. In fin dei conti la vita sacerdotale è strettamente legata a quello che il sacerdote celebra e a come lo celebra. Se un sacerdote celebra bene l'Eucaristia è sfidato a essere coerente e a diventare parte del sacrificio di Cristo. La liturgia diventa così fondamentale per la formazione di sacerdoti santi. È questa una grande responsabilità dei vescovi che possono così fare tanto per un vero rinnovamento della Chiesa.

Un aspetto non secondario del dibattito sulla liturgia è senz'altro quello dell'arte sacra, a cominciare dall'importante capitolo della musica liturgica. Tra l'altro "L'Osservatore Romano" proprio nei giorni scorsi ha affrontato questi temi riportando delle considerazioni non certo rassicuranti di monsignor Valentín Miserachs Grau.

La Congregazione sta ancora studiando il documento per il nuovo antifonale, abbiamo anche consultato lo stesso Pontificio Istituto di Musica Sacra e speriamo di poter arrivare a una rapida conclusione.
Cantare significa pregare due volte e questo vale soprattutto per il canto gregoriano che è un tesoro inestimabile. Il Papa nella Sacramentum caritatis ha parlato chiaramente della necessità di insegnare nei seminari il canto gregoriano e la lingua latina: noi dobbiamo custodire e valorizzare tale immenso patrimonio della Chiesa cattolica e utilizzarlo per rendere lode al Signore. Bisogna sicuramente lavorare ancora su questo aspetto.
Vi sono poi nell'uso comune molti canti che non si rifanno alla tradizione del gregoriano: è importante assicurare che siano edificanti per la fede, che alimentino spiritualmente chi partecipa alla liturgia e che dispongano realmente il cuore dei fedeli all'ascolto della voce di Dio. I contenuti, poi, devono essere controllati dai vescovi per evitare, ad esempio, tendenze new age. A questo riguardo anche nell'uso degli strumenti musicali bisogna esercitare un grande senso di discrezione: che tutto sia solo per l'edificazione della fede.

Nel campo dell'architettura sacra il dialogo con gli specialisti sembra più delineato; più difficoltoso sembra invece quello con gli artisti figurativi. Se alcuni grandi artisti contemporanei appaiono coinvolti nell'interpretazione dei temi sacri, ciò accade molto meno per la produzione pensata appositamente per i luoghi di culto. È solo un problema di committenze o il dialogo tanto sostenuto da Paolo VI necessita di nuovo impulso?

Il Concilio ha dedicato un intero capitolo all'arte sacra. Tra i principî affermati, essenziale è quello del legame tra arte e fede.
Il dialogo è fondamentale. Ogni artista è una persona tutta particolare, ha un suo stile di cui è molto orgoglioso. Bisogna saper entrare nel cuore dell'artista con la dimensione della fede. È difficile, ma la Chiesa deve trovare le vie per un dialogo più profondo.
Il 1° dicembre ci sarà - sul tema - una giornata di studio in Vaticano organizzata dalla Congregazione: noi contiamo che possa essere un'occasione per dare impulso a questo dialogo e alla promozione dell'arte sacra.



(©L'Osservatore Romano - 19-20 novembre 2007)