Friday, March 28, 2008

Ego + Marcellus Lefebvre, Arch. tit. Synnada in Phrygia


Declaratio de Libertate Religiosa [Dignitatis Humanae]
Decretum de Activitate Missionali Ecclesiae [Ad Gentes]
Decretum de Presbyterorum Ministerio et Vita
[Presbyterorum Ordinis]
Decretum de Activitate Missionali Ecclesiae
Decretum de Presbyterorum Ministerio et Vita
Constitutio Pastoralis de Ecclesia
in mundo huius temporis [Gaudium et Spes]

Ego + Michael C. O'Neill, Archiepiscopus Reginatensis
Ego + J. C. van Milterburg O.F.M. Archiepiscopus-Episcopus Hyderabadensis / Pakistan
Ego + Raphael Radossi Archiep_us Spoletanus
Ego + Marcellus Lefebvre, Arch. tit Synnada in Phrygia
Ego procurator pro Episc. Augustinus Grimault Episc. Tit.
Ego + Aegidius Vagnozzi, Arch. tit. Myrensis

Thursday, March 27, 2008

A colloquio con il cardinale Darío Castrillón Hoyos sulla "Summorum Pontificum"

Nella liturgia il senso
della cattolicità e dell'unità


di Gianluca Biccini

"La lettera apostolica di Benedetto XVI Summorum Pontificum sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970 sta facendo tornare anche alcuni non cattolici alla piena comunione con Roma. Giungono richieste in tal senso dopo che il Papa ha rinnovato la possibilità di celebrare secondo l'antico rito". Ad affermarlo è il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, che in quest'intervista al nostro giornale, dopo la pubblicazione del documento pontificio sugli Acta Apostolicae Sedis, ne chiarisce i contenuti e ne evidenzia l'importanza come strumento per conservare il tesoro della liturgia che risale a san Gregorio Magno e per un rinnovato dialogo con quanti, in ragione della riforma liturgica, si sono allontanati dalla Chiesa di Roma. La pubblicazione sugli Acta ha preceduto di qualche giorno le nomine di Benedetto XVI a vice presidente dell'Ecclesia Dei, del precedente segretario monsignor Camille Perl, e a segretario di monsignor Mario Marini, che era segretario aggiunto.
La Lettera, sotto forma di motu proprio, non si riferisce all'attuale forma normale - la forma ordinaria - della liturgia eucaristica, che è quella del Messale Romano pubblicato da Paolo VI e poi riedito in due occasioni da Giovanni Paolo II; ma si riferisce all'uso della forma straordinaria, che è quella del missale romanum anteriore al Concilio, pubblicato nel 1962 con l'autorità di Giovanni XXIII. Non si tratta di due riti differenti, ma di un uso duplice dell'unico rito romano. È la forma celebrativa - spiega il porporato colombiano - "che è stata usata per più di 1.400 anni. Questo rito, che potremmo chiamare gregoriano, ha ispirato le messe di Palestrina, Mozart, Bach e Beethoven, grandi cattedrali e meravigliose opere di pittura e di scultura".
"Grazie al motu proprio non pochi hanno chiesto il ritorno alla piena comunione e alcuni sono già tornati - aggiunge il presidente dell'Ecclesia Dei -. In Spagna, l'"Oasi di Gesù Sacerdote", un intero monastero di clausura con trenta suore guidate dal loro fondatore, è già stato riconosciuto e regolarizzato dalla Pontificia Commissione; poi ci sono casi di gruppi americani, tedeschi e francesi in via di regolarizzazione. Infine ci sono singoli sacerdoti e parecchi laici che ci contattano, ci scrivono e ci chiamano per una riconciliazione e d'altra parte ci sono tanti altri fedeli che manifestano la loro gratitudine al Papa e il compiacimento per il motu proprio".

Alcuni hanno accusato il Papa di voler imporre un modello liturgico in cui il linguaggio e i gesti del rito sembrano monopolio esclusivo del sacerdote, mentre i fedeli risulterebbero estranei e quindi esclusi da un rapporto diretto con Dio.

In occasione del Battesimo del Signore, per esempio, Benedetto XVI ha effettivamente celebrato nella Cappella Sistina con il volto verso il crocifisso. Il Papa ha celebrato in italiano secondo la forma ordinaria, che non esclude, però, la possibilità di celebrare verso l'altare e non versus populum e che prevede anche la celebrazione in latino. Ricordiamo che la forma ordinaria è la messa che normalmente dicono tutti i sacerdoti, secondo la riforma post-conciliare; mentre la forma straordinaria è la messa anteriore alla riforma liturgica che a tenore del motu proprio oggi possono celebrare tutti e che non è stata mai proibita.

Eppure alcune critiche sembrano venire anche da vescovi?

Qualcuno trova difficoltà, ma si tratta di poche eccezioni, perché la maggior parte è d'accordo con il Papa. Piuttosto vengono manifestate difficoltà pratiche. Bisogna fare chiarezza: non si tratta di un ritorno al passato, ma di un progresso, perché si hanno così due ricchezze, invece di una sola. Si offre pertanto questa ricchezza, rispettando il diritto di quelli che sono particolarmente legati all'antica liturgia. Qui possono subentrare alcuni problemi di buon senso. Per esempio può accadere che un sacerdote non abbia la preparazione e la sensibilità culturale adeguate. Basti pensare ai sacerdoti che sono originari di aree linguistiche molto diverse da quella latina. Ma non si tratta sempre di un rifiuto: è la presentazione di una difficoltà vera, che va superata.
La nostra stessa Pontificia Commissione sta pensando di organizzare una forma di aiuto ai seminari, alle diocesi e alle conferenze episcopali. Altra prospettiva allo studio è quella di promuovere sussidi multimediali per la conoscenza e l'apprendimento della forma straordinaria con tutta la ricchezza teologica, spirituale, artistica legata anche all'antica liturgia. Inoltre pare importante che vengano coinvolti gruppi di sacerdoti che già usano la forma straordinaria, i quali si offrono sia per celebrare che per illustrare e insegnare la celebrazione secondo il messale del 1962.

Quindi il problema non esiste?

È piuttosto una controversia nata da una certa non conoscenza. Alcuni per esempio chiedono permessi, come se si trattasse di una concessione o di un caso eccezionale, ma non ce n'è bisogno: il Papa è stato chiaro. È un errore di alcune persone e di alcuni giornalisti, quello di ritenere che l'uso della lingua latina riguardi solo l'antico rito, mentre invece è anche previsto nel messale di Paolo VI.
Attraverso il motu proprio "Summorum Pontificum" il Papa offre a tutti i sacerdoti la possibilità di celebrare la messa anche nella forma tradizionale e ai fedeli di esercitare il diritto di avere questo rito quando ci sono le condizioni specificate nel motu proprio.

Come hanno reagito gruppi come la Fraternità San Pio X, che rifiuta di celebrare la messa del novus ordo stabilito dopo il Concilio Vaticano II?

I lefebvriani fin dall'inizio hanno affermato che la forma antica non era mai stata abolita. È chiaro che non è stata mai abrogata, anche se prima del motu proprio non pochi l'hanno ritenuta proibita. Ora, invece, essa può essere offerta a tutti i fedeli che lo vogliono, a seconda delle possibilità. Ma è anche chiaro che se non c'è un sacerdote adeguatamente preparato, non la si può offrire, perché non si tratta solo della lingua latina, ma anche di conoscere l'uso antico come tale. Bisogna cogliere alcune differenze: il maggior spazio di silenzio per i fedeli che favorisce la contemplazione del mistero e la preghiera personale. Ritrovare spazi di silenzio è, oggi, per la nostra cultura un bisogno non solo religioso. Ricordo di aver partecipato da vescovo a un corso per gestione d'impresa di alto livello, dove si parlava della necessità che il manager avesse a disposizione una stanza semibuia in cui sedersi a pensare prima di decidere.
Silenzio e contemplazione sono atteggiamenti necessari anche oggi, soprattutto quando si tratta del mistero di Dio.

Sono trascorsi otto mesi dalla promulgazione del documento. È vero che esso ha suscitato molti consensi anche in altre realtà ecclesiali?

Il Papa offre alla Chiesa una ricchezza che è spirituale, culturale, religiosa e cattolica. Abbiamo ricevuto lettere di consenso anche da prelati delle chiese ortodosse, da fedeli anglicani e protestanti. Infine ci sono alcuni sacerdoti della Fraternità San Pio X che, singolarmente, stanno cercando di regolarizzare la loro posizione. Alcuni di loro hanno già sottoscritto la formula di adesione. Siamo informati che ci sono fedeli laici tradizionalisti, vicini alla Fraternità, che hanno cominciato a frequentare le messe nel rito antico offerte nelle chiese delle diocesi.

Com'è possibile un ritorno alla "piena comunione" per persone scomunicate?

La scomunica riguarda solo i quattro vescovi, perché ordinati senza il mandato del Papa e contro la sua volontà, mentre i sacerdoti sono solamente sospesi. La messa che celebrano è senza dubbio valida, ma non lecita e, quindi, la partecipazione non è consigliata, a meno che nella domenica non ci siano altre possibilità. Certamente né i sacerdoti, né i fedeli sono scomunicati. Vorrei in proposito ribadire l'importanza di una conoscenza chiara delle cose per poterle giudicare correttamente.

Non teme che il tentativo di voler riportare nella Chiesa uomini e donne che non riconoscono il Concilio Vaticano II, possa provocare un allontanamento in quei fedeli che invece vedono nel Vaticano II una bussola per la navigazione della barca di Pietro, soprattutto in questi tempi di continui cambiamenti?

Innanzitutto il problema di fronte al Concilio non è, a mio avviso, così grave come sembrerebbe. Infatti, i vescovi della Fraternità San Pio X, con a capo monsignor Bernard Fellay, hanno riconosciuto espressamente il Vaticano II come Concilio Ecumenico e monsignor Fellay lo ha ribadito in un incontro con Giovanni Paolo II, e più esplicitamente nell'udienza del 29 agosto 2005 con Benedetto XVI. Né si può dimenticare che monsignor Marcel Lefebvre ha firmato tutti i documenti del Concilio.
Penso che la loro critica al Concilio riguardi piuttosto la chiarezza di alcuni testi, in mancanza della quale si apre la strada a interpretazioni non concordi con la dottrina tradizionale. Le difficoltà più grandi sono di carattere interpretativo o hanno a che fare anche con alcuni gesti sul piano ecumenico, ma non con la dottrina del Vaticano II. Si tratta di discussioni teologiche, che possono aver luogo dentro la Chiesa, dove infatti esistono diverse discussioni interpretative dei testi conciliari, discussioni che potranno continuare anche con i gruppi che ritornano alla piena comunione.

Quindi la Chiesa tende loro la mano, anche attraverso questo nuovo motu proprio sulla liturgia antica?

Sì, senz'altro, perché proprio nella liturgia si esprime tutto il senso della cattolicità ed essa è fonte di unità. Mi piace molto il novus ordo che celebro quotidianamente. Non avevo più celebrato secondo il messale del 1962, dopo la riforma liturgica post-conciliare. Oggi nel riprendere alcune volte il rito straordinario, anch'io ho riscoperto la ricchezza dell'antica liturgia che il Papa vuole mantenere viva, conservando quella forma secolare della tradizione romana.
Non dobbiamo mai dimenticare che il punto supremo di riferimento nella liturgia, come nella vita, è sempre Cristo. Non abbiamo perciò paura, anche nel rito liturgico, di rivolgerci verso di Lui, verso il crocifisso, insieme ai fedeli, per celebrare il santo sacrificio, in modo incruento, come il Concilio di Trento ebbe a definire la messa.



(©L'Osservatore Romano - 28 marzo 2008)

Sunday, March 23, 2008

CORRIERE DELLA SERA.it

La lettera

«Approdo di un lungo cammino
Decisivo l’incontro con il Papa»

Caro Direttore, ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino. Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: «Cristiano».

Da ieri dunque mi chiamo «Magdi Cristiano Allam». Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del «diverso», condannato acriticamente quale «nemico», primeggiano sull’amore e il rispetto del «prossimo » che è sempre e comunque «persona»; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.

Il punto d’approdo
La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come «nemico dell’islam», «ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare l’islam», «bugiardo e diffamatore dell’islam », legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un «islam moderato », assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.

Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.

La scelta e le minacce
Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei Paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei Paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei Paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.

Basta con la violenza
Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei «casi» che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava «Le nuove catacombe degli islamici convertiti». Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani che in Italia denunciavano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, nella culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura.

Magdi Allam

Friday, March 14, 2008

Pubblicato sugli Acta il «Summorum pontificum»

Messa in latino


Sulla «gazzetta ufficiale» della Santa Sede il testo del «motu proprio». Così va accolta la richiesta di uso del Messale del 1962 nelle parrocchie in cui «stabilmente» c’è un gruppo di fedeli aderenti al rito preconciliare


Ieri Benedetto XVI ha nominato vi­cepresidente della Pontificia Com­missione Ecclesia Dei, monsignor Ca­mille Perl, finora segretario della me­desima Commissione. Nel contempo il Papa ha nominato segretario mon­signor Mario Marini finora segreta­rio aggiunto.

I
l «motu proprio» Summorum pontificum, con cui il 7 luglio 2007 Benedetto XVI ha «libera­lizzato » l’uso del Messale romano preconciliare, è stato pubblicato su­gli Acta Apostolicae Sedis, la gazzet­ta ufficiale della Santa Sede. Il testo del documento appare sul fascicolo degli Acta, diffuso la scorsa settima­na, che porta la data 7 settembre 2007, alle pagine 777-781. Insieme ad esso, alle pagine 795-799, è stata pubblicata anche la lettera di ac­compagnamento che il Papa ha scritto ai vescovi della Chiesa catto­lica di rito latino.

Il 22 settembre dello scorso anno il Corriere della sera ospitò a pagina 49 un commento, dal titolo « Ma il mo­tu proprio resta a bagno maria ». In esso si segnalava che il documento Summorum pontificum non era sta­to ancora pubblicato sugli Acta, «l’or­gano che dà vigore ai provvedimen­ti papali». Il commentatore in que­stione, il professor Alberto Melloni, dopo aver riferito le notazioni criti­che espresse da alcuni ecclesiastici sul «motu proprio» in questione, sembrava apprezzare «la saggia de­cisione di tenere ancora a bagno ma­ria un testo che sta creando più pro­blemi di quanti non ne risolva».

In realtà, all’epoca, il «motu proprio» non era stato pubblicato sugli Acta per il semplice fatto che ancora non erano trascorsi i tempi tecnici ne­cessari. A dire il vero la pubblicazio­ne del motu proprio era atteso nel fascicolo precedente degli Acta, che riportava documenti e nomine pon­tificie pubblicate tra il 27 maggio e il 2 agosto 2007. Forse il breve ritardo alla pubblicazione è dovuto al fatto che rispetto alla versione pubblica­ta il 7 luglio 2007, la versione defini­tiva, e vincolante, del «motu proprio» Summorum pontificum presenta al­cune piccole variazioni. Innanzitut­to al motu proprio è stato dato un sottotitolo ( De uso extraordinario antiquae formae Ritus Romani) che non c’era. All’articolo 1 poi il termi­ne « conditiones » è stata sostituito con la forma più corretta « condiciones ». All’articolo 3 il termi­ne « plerumque » (la maggior parte delle volte) è stato sostituito con « habitualiter » (abitualmente), sen­za però che sia cambiata la sostan­za della disposizione. Più concreta invece la variazione presente all’ar­ticolo 5, comma 1: «Nelle parrocchie in cui esiste stabilmente (stabiliter) un gruppo di fedeli aderenti alla pre­cedente tradizione liturgica, il par­roco accolga volentieri le loro ri­chieste per la celebrazione della San­ta Messa secondo il rito del Messale romano edito nel 1962». Nella ver­sione originaria al posto del termine « stabiliter », c’era « continenter », che letteralmente vuol dire «ininterrot­tamente » e che poteva far erronea­mente pensare che un gruppo di fe­deli ha diritto alla Messa «preconci­liare » esclusivamente se si è costi­tuito stabilmente già prima della pubblicazione del «motu proprio» e non in conseguenza di esso. Un’al­tra variazione infine si trova all’arti­colo 7: «Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all’articolo 5 comma 1 non abbia ottenuto soddisfazione alla richiesta autorizazione da parte del parroco, ne informi il vescovo diocesano. Il vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non vuole ( non vult) provve­dere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Pontificia Com­missione Ecclesia Dei». In questo ca­so il verbo « non vult », sostituisce l’o­riginario « non potest » (non può).

Per la cronaca l’ultimo fascicolo de­gli Acta contiene anche il motu pro­prio – datato 11 giugno 2007 e pub­blicato il successivo 26 giugno – con cui il Papa ha ristabilito la norma per cui al Conclave per l’elezione del Pa­pa sono comunque necessari i due terzi dei voti dei cardinali elettori. An­che in questo caso la versione origi­naria è stata ritoccata in due punti, laddove, quando si parla dei candi­dati che essendo stati i più votati nel­le precedenti votazioni hanno il vo­to passivo, e non attivo, nel ballot­taggio finale: al posto di « cardinales » è stato messo « nomina » (non essen­do infatti necessario essere cardina­le per essere eletto Papa).


Gianni Cardinale