Monday, April 28, 2008

Folgorato sulla via di Washington

IGNAZIO INGRAO

George W. Bush Anche il presidente degli Stati Uniti, come Tony Blair, starebbe per convertirsi al cattolicesimo. Un successone per Papa Ratzinger.

Dopo Tony Blair potrebbe essere la volta di George W. Bush. Secondo le voci di Washington, il presidente, cristiano metodista, sarebbe in procinto di convertirsi al cattolicesimo come l’anglicano Blair. La preghiera che il Papa e la famiglia Bush hanno recitato insieme nello Studio ovale della Casa Bianca potrebbe addirittura essere il segno dell’avvenuta conversione, che il presidente degli Stati Uniti aspetterebbe a comunicare a fine mandato. Anche Jeb, fratello minore di George, da anni è passato alla fede cattolica, grazie alla moglie messicana Columba.

Opportunismo o convinzione? Certo il presidente Bush nel 2004 è stato rieletto con i voti dei cattolici, che lo hanno preferito al democratico John Kerry, fedele a Santa romana chiesa. Tuttavia, la commozione del presidente quando ha salutato il Papa, appena arrivato, tradiva un sentimento sincero.

Bush si è circondato di cattolici: il capo di quanti gli scrivono i discorsi, William McGurn, il consulente per la bioetica Edmund Pellegrino, il responsabile delle iniziative presidenziali sulla religione H. James Towey, i due magistrati della Corte suprema Samuel Alito e John Roberts, fino alla nuova ambasciatrice presso la Santa sede Mary Ann Glendon.

Di casa nello Studio ovale pure il sacerdote canadese convertito Richard John Neuhaus, direttore del mensile cattolico First Things. A questi si aggiungerebbe un sacerdote newyorkese che sta accompagnando Bush nella ricerca spirituale.

Benedetto XVI potrebbe così passare alla storia come il Papa delle conversioni famose.
Il caso di Bush sarebbe il risultato più eclatante del viaggio del pastore tedesco negli Stati Uniti. Ma non il solo. La visita ha segnato la fine del violento antipapismo protestante, alimentato dagli scontri di Giovanni Paolo II prima con Bill Clinton, sui temi etici, poi con Bush sulla guerra in Iraq. Benedetto XVI non ha fatto sconti su questi due fronti, in linea con il predecessore, ma è riuscito a farsi apprezzare dagli americani. Il Papa «vintage», come l’ha definito il Washington Post ironizzando sui suoi abiti, è riuscito a capovolgere il giudizio della stampa e dell’opinione pubblica. Un noto conduttore della Cnn, Wolf Blitzer, ebreo, dopo aver salutato il Pontefice ha detto di non aver mai provato un’emozione simile.

L’America lo aspettava al varco per contestargli lo scandalo dei preti pedofili e Benedetto XVI non si è tirato indietro: quattro volte in sei giorni ha affrontato l’argomento, esprimendo vergogna e incontrando le vittime. Avrebbe pure dato incarico alla Congregazione per la dottrina della fede di studiare la possibilità di aggiornare le norme del Codice di diritto canonico in materia, come chiedono le vittime.

Altri due gesti rimarranno nel cuore degli americani: la preghiera a Ground zero e la visita alla sinagoga. Il Papa ha indicato il modello Usa come via da seguire: una libertà che consenta a tutte le fedi di esprimersi e di portare contributi alla democrazia. Ratzinger, insomma, non teme la concorrenza. Come spiega un libro di tre economisti, Il mercato del Cristianesimo, il libero mercato delle fedi premia chi sa avanzare proposte chiare e riconoscibili. Come fa Benedetto XVI.

Friday, April 25, 2008

Intervista all'arcivescovo Piero Marini,
presidente del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali

Celebrazioni eucaristiche
sempre più curate e partecipate


di Gianluca Biccini

Presto anche i congressi nazionali e regionali organizzati dalle Chiese locali saranno di competenza del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali: la revisione degli statuti, in corso di completamento, attribuisce infatti al comitato nuove e più ampie facoltà. Lo riferisce in un'intervista al nostro giornale il nuovo presidente, l'arcivescovo Piero Marini, chiamato da Benedetto XVI a portare la propria esperienza ventennale di Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie nell'organizzazione di questi eventi ecclesiali. Il presule parla anche del prossimo appuntamento a Québec auspicando che sia "un tempo forte di meditazione e di preghiera, perché la Chiesa diventi nel mondo testimone del dono della vita del Signore offerta e condivisa nell'Eucaristia".

Dallo scorso 30 settembre lei presiede il Pontificio Comitato può tracciare un bilancio di questi primi mesi.

Questa nomina mi ha permesso di continuare a occuparmi di un settore della vita ecclesiale per me non completamente nuovo. Come Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie ho avuto l'occasione di preparare e di prendere parte alla celebrazione eucaristica conclusiva, presieduta dal Papa, di quattro Congressi eucaristici internazionali: a Seoul nel 1989, a Siviglia nel 1993, a Wroclaw nel 1997 e a Roma nel 2000. In qualche modo, dunque, fin dall'inizio mi sono sentito inserito nella tradizione di tali congressi. Inoltre tutta l'attività del Comitato ha come centro e finalità il mistero eucaristico e in particolare la celebrazione concreta dell'Eucaristia. Questo mi ha posto davanti una realtà bella e interessante riguardo l'Eucaristia.
Questi primi mesi nel Pontificio comitato sono dunque per me come una finestra aperta sulla celebrazione dell'Eucaristia fonte e culmine della vita della Chiesa.

Mancano due mesi all'appuntamento del 49º Congresso eucaristico internazionale, che avrà luogo in Québec. A che punto è la preparazione?

Per tale celebrazione devo ringraziare coloro che si sono impegnati nell'organizzazione di questo grande congresso. Anzitutto il mio predecessore il cardinale Jozef Tomko, che ha portato avanti con cura e amore il lavoro di preparazione iniziato fin dal 2004 subito dopo il congresso di Guadalajara. Debbo inoltre ringraziare il cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec e primate del Canada, per l'entusiasmo, la competenza e l'impegno che ha dedicato al congresso. Il cardinale arcivescovo e la Chiesa particolare di Québec hanno portato in questi ultimi anni il peso più grande della preparazione. Per questo spero che il congresso sia fonte di vita e segni una rinnovata primavera nella Chiesa nel Québec, in Canada e in tutto il mondo.

Benedetto XVI ha invitato di recente a "ripensare le celebrazioni di massa". Lo ha fatto proprio con un esplicito richiamo a uno dei più importanti Congressi eucaristici della storia, quello di Monaco 1960 in cui prese vita il concetto della "Statio Orbis". Il Papa ha anche accennato a due problemi pratici: la partecipazione consapevole dei fedeli, che potrebbe venir meno, e l'eccessivo numero di concelebranti. Lei cosa pensa di questa sollecitazione?

A partire della seconda metà del secolo scorso, in prossimità del Concilio Vaticano II e anche a seguito delle riforme di Pio XII concernenti la veglia pasquale e la settimana santa, l'attenzione nei congressi eucaristici venne sempre più indirizzata, oltre all'adorazione e alla processione eucaristica, sulla celebrazione della messa: ne è testimonianza il titolo Statio Orbis dato alla celebrazione conclusiva del 37° congresso celebrato in Baviera. Da allora la celebrazione conclusiva dei congressi eucaristici ha assunto la fisionomia di una sosta in cui le Chiese particolari di varie parti dell'Orbe si uniscono in comunione con il Papa o con il suo Legato intorno al mistero eucaristico, per manifestare e approfondire la propria fede.
È evidente tuttavia che il fenomeno delle celebrazioni di massa si è sviluppato soprattutto dopo il Concilio. Oltre ai mezzi della comunicazione sociale due fattori hanno contribuito in modo determinante: la relazione tra celebrazione liturgica e Chiesa messa in risalto dal Vaticano II e i viaggi apostolici intrapresi dai Pontefici, divenuti ormai espressione caratteristica dell'esercizio del ministero petrino.
Le celebrazioni presiedute dal Papa sono così diventate icone dell'unità e della cattolicità della Chiesa. Alcune di esse tuttavia, soprattutto quelle con grande numero di fedeli come le Giornate mondiali della gioventù, presentano - ha osservato di recente Benedetto XVI - alcuni problemi di difficile soluzione. Essi riguardano il numero dei concelebranti, la distribuzione della comunione ai fedeli e più in generale la partecipazione concreta.
Il Papa ha già dato alcune indicazioni per quanto riguarda la partecipazione dei sacerdoti concelebranti, fissando la condizione che essi siano collocati sul palco-presbiterio in modo che appaia evidente la loro relazione con l'altare.
Rimangono tuttavia irrisolti molti problemi concernenti l'attiva partecipazione, che bisognerà in qualche modo risolvere tenendo conto che la celebrazione dell'eucaristia è nata per una comunità limitata di persone. Il termine Statio, proprio del periodo medioevale, usato nel congresso eucaristico di Monaco e riproposto a tutta la Chiesa dal nuovo Cerimoniale episcoporum, che denomina la messa presieduta dal vescovo Missa stationalis, ha come soggetto proprio la comunità radunata in assemblea, a differenza del titolo Missa pontificalis che aveva come soggetto il Pontifex. Il termine Statio si riferisce in primo luogo alla comunità locale riunita (statio) per la celebrazione: e quindi indica sempre che la comunità che si riunisce per la celebrazione dell'Eucaristia è in qualche modo limitata.
Nella stessa occasione Benedetto XVI aveva invitato a trovare soluzioni concrete a quello che per lui rimane un problema. Vi sentite interpellati come Pontificio Comitato?
Il problema si pone ormai all'attenzione di tutti da vari decenni. A mio giudizio è necessario che si affronti con uno studio serio e si diano indicazioni di carattere liturgico-pastorale.

Oggi sembra tornato di grande attualità il dibattito sulla riforma liturgica scaturita dal Concilio. Come giudica il cammino compiuto in oltre quarant'anni?

Ho seguito, fin dal periodo del Vaticano II, l'attuazione della riforma liturgica per ben ventidue anni, prima nel Consilium ad exsequendam constitutionem de Sacra Liturgia e poi nella Congregazione per il Culto Divino. Successivamente, per oltre vent'anni ho potuto celebrare la liturgia voluta dal Concilio in oltre cento Paesi, in occasione dei viaggi di Papa Wojtyla. Ho così organizzato con gli esperti locali innumerevoli celebrazioni dell'Eucaristia, della Liturgia delle ore, della Parola di Dio, dei sacramenti, celebrazioni ecumeniche in tante lingue e culture. Ovunque la liturgia voluta dal Concilio è stata celebrata con viva partecipazione ed entusiasmo. Ognuno ha percepito la liturgia come propria della Chiesa locale e nello stesso tempo come espressione della Chiesa universale. La prassi celebrativa ha confermato che la riforma liturgica è stata necessaria perché basata su principi teologici profondi e di perenne validità. Pertanto essa è un cammino irreversibile. I padri conciliari e il Romano Pontefice nella Sacrosanctum Concilium, facendo proprie le parole di Pio XII, hanno definito il rinnovamento della liturgia come un passaggio dello Spirito Santo nella Chiesa. Il significato di questa affermazione fa dunque parte del tessuto della fede ecclesiale odierna. La celebrazione della liturgia quindi non può essere separata dalla vita della Chiesa. E la Chiesa che vive - cito Paolo VI - è la Chiesa di oggi, non la Chiesa di ieri o la Chiesa del domani.
È questo il motivo per cui il Concilio si è occupato anzitutto della liturgia. Per il Concilio il rinnovamento della Chiesa, l'ecumenismo e l'azione missionaria dipendono dal modo in cui si vive la liturgia.
Ma celebrare la liturgia voluta dal Concilio, come affermava Papa Montini, non è cosa facile, come non è cosa facile vivere la vita della Chiesa. Anzi celebrare la liturgia del Concilio è cosa difficile e delicata. Occorre interessamento diretto e metodico, richiede pazienza, perseveranza, impegno personale e amoroso e tanta carità pastorale. Tutto questo però è necessario se vogliamo che la vita della Chiesa si rinnovi e che tutti si sentano chiamati alla salvezza. La pastorale liturgica è un impegno sempre permanente.
Lasciamoci dunque guidare dallo Spirito Santo che ha ispirato il movimento liturgico, Paolo VI e i padri conciliari e continuiamo a portare avanti con rinnovato impegno ed entusiasmo la pastorale liturgica nelle nostre comunità ecclesiali.

Molti hanno interpretato la "Summorum Pontificum" come una battuta d'arresto in questo cammino di attuazione. Che idea si è fatto riguardo alla vicenda?

Il testo del motu proprio va letto nel contesto in cui il Papa lo ha collocato. "Oggi - dice Benedetto XVI nella lettera di accompagnamento indirizzata ai Vescovi - ci si impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell'unità, sia reso possibile restare in questa unità o di ritrovarla nuovamente". Per noi cattolici il Papa è nella Chiesa il segno visibile dell'unità, è il Vescovo della Chiesa di Roma chiamata a presiedere tutte le altre Chiese nella carità. Il Papa è stato chiamato dal Signore ad esercitare il ministero petrino, a fare cioè ogni sforzo perché la rete della Chiesa rimanga integra. Egli pertanto ha il diritto e il dovere di provvedere alla unità della Chiesa. Chi gli può negare questo dovere o quest'obbligo? Proprio la Liturgia, per chi la vive con autenticità, è scuola che forma al vero senso della Chiesa nel rispetto dei diversi compiti e ministeri e nell'obbedienza a chi presiede.
Infine è da ricordare che il motu proprio non intende introdurre modifiche nel Messale Romano attuale né esprimere un giudizio negativo sulla riforma liturgica voluta dal Concilio: il Messale Romano promulgato da Paolo VI è l'espressione ordinaria della "legge della preghiera"; il Messale promulgato da san Pio V deve essere considerato come espressione straordinaria della stessa "legge di preghiera". Con questa nuova disposizione Benedetto XVI non vuole che "venga intaccata l'autorità del Concilio" o che "venga messa in dubbio la riforma liturgica". Anzi la decisione del Papa non ha comportato finora alcun cambiamento nella prassi celebrativa delle nostre comunità ecclesiali. Il suo è stato solo un gesto a servizio dell'unità. Guardiamo dunque avanti e continuiamo con entusiasmo il cammino intrapreso dal Concilio.



(©L'Osservatore Romano - 26 aprile 2008)

Monday, April 21, 2008

Lettre aux Amis et Bienfaiteurs n°72 - Avril 2008 -





Chers Amis et Bienfaiteurs,

Le Motu Proprio Summorum Pontificum qui a reconnu que la messe tridentine n’avait jamais été abrogée pose un certain nombre de questions en ce qui concerne le futur des relations de la Fraternité Saint-Pie X avec Rome. Plusieurs personnes, dans les milieux conservateurs et à Rome même, ont fait entendre leurs voix arguant que, le Souverain Pontife ayant posé un acte d’une si grande générosité, et donné par là même un signe évident de bonne volonté à notre égard, il ne resterait à notre Société qu’une seule chose à faire : « signer un accord avec Rome ». Malheureusement quelques-uns de nos amis se sont laissés prendre à ce jeu d’illusions.

Nous voudrions saisir l’occasion de cette lettre du temps pascal pour rappeler une fois de plus les principes qui gouvernent notre action en ces temps troublés et signaler quelques événements récents qui indiquent bien clairement que, au fond, à part l’ouverture liturgique du Motu Proprio, rien n’a vraiment changé, afin de tirer les conclusions qui s’imposent.

Le principe fondamental qui dicte notre action est la conservation de la foi, sans laquelle nul ne peut être sauvé, nul ne peut recevoir la grâce, nul ne peut être agréable à Dieu, comme le dit le Concile Vatican I. La question liturgique n’est pas première, elle ne le devient que comme expression d’une altération de la foi et corrélativement du culte dû à Dieu.

Il y a un changement notable d’orientation dans le Concile Vatican II par rapport à la vision de l’Eglise, surtout par rapport au monde, aux autres religions, aux Etats, mais aussi par rapport à elle-même. Ces changements sont reconnus par tous, mais ne sont pas évalués de la même manière par tous. Jusqu’ici, ils étaient présentés comme très profonds, révolutionnaires : « la Révolution de 89 dans l’Eglise » a pu dire un des cardinaux du Concile.

Benoît XVI encore cardinal présentait la question ainsi : « Le problème des années soixante était d’acquérir les meilleures valeurs exprimées de deux siècles de culture “libérale”. Ce sont en fait des valeurs qui, même si elles sont nées en dehors de l’Eglise, peuvent trouver leur place – épurées et corrigées – dans sa vision du monde. C’est ce qui a été fait [1] ». Et au nom de cette assimilation, une nouvelle vision du monde et de ses composants a été imposée : une vision fondamentalement positive, qui a dicté non seulement un nouveau rite liturgique, mais aussi un nouveau mode de présence de l’Eglise dans le monde, beaucoup plus horizontal, plus présente aux problèmes humains et terrestres que surnaturels et éternels…

En même temps, la relation aux autres religions se transformait : depuis Vatican II, Rome évite tout jugement négatif ou dépréciateur de ces autres religions. Par exemple, la dénomination classique de « fausses religions » a complètement disparu du vocabulaire ecclésiastique. Les termes « hérétiques » et « schismatiques », qui qualifiaient les religions plus proches de la religion catholique, ont eux aussi disparu ; ils sont éventuellement utilisés, surtout celui de schismatique, pour nous désigner. Ainsi en est-il du terme « excommunication ». La nouvelle approche se nomme œcuménisme, et contrairement à ce que tous croyaient, ce n’est pas d’un retour à l’unité catholique qu’il s’agit, mais de l’établissement d’une nouvelle sorte d’unité qui ne requiert plus de conversion.

Envers les confessions chrétiennes s’est établie une nouvelle perspective, et cela est encore plus clair avec les orthodoxes : dans l’accord de Balamand, l’Eglise catholique s’engage officiellement à ne pas convertir les orthodoxes et à collaborer avec eux. Le dogme « hors de l’Eglise pas de salut » rappelé dans le document Dominus Jesus a connu une réinterprétation nécessaire à la nouvelle vision des choses : on n’a pu maintenir ce dogme sans élargir les limites de l’Eglise, ce qui a été réalisé par la nouvelle définition de l’Eglise donnée dans Lumen Gentium. L’Eglise du Christ n’est plus l’Eglise catholique, elle subsiste en elle. On a beau dire qu’elle ne subsiste qu’en elle, il reste que l’on prétend à une action du Saint Esprit et de cette « Eglise du Christ » hors de l’Eglise catholique. Les autres religions ne sont pas privées d’éléments de salut… Les « églises orthodoxes » deviennent d’authentiques églises particulières dans lesquelles s’édifie « l’Eglise du Christ. »

Ces nouvelles perspectives ont évidemment bouleversé les rapports avec les autres religions. Il est impossible de parler d’un changement superficiel, c’est bien une nouvelle et très profonde mutation que l’on prétend imposer à l’Eglise de Notre Seigneur Jésus-Christ. Ce qui fait que Jean-Paul II a pu parler de « nouvelle ecclésiologie », admettant un changement essentiel dans cette partie de la théologie qui traite de l’Eglise. Nous ne comprenons tout simplement pas comment l’on peut prétendre que cette nouvelle compréhension de l’Eglise serait encore en harmonie avec la définition traditionnelle de l’Eglise. Elle est nouvelle, elle est radicalement autre et elle oblige le catholique à avoir un comportement foncièrement différent avec les hérétiques et schismatiques qui ont tragiquement abandonné l’Eglise et bafoué la foi de leur baptême. Ils ne sont désormais plus des « frères séparés », mais des frères qui « ne sont pas en pleine communion »… et nous sont « profondément unis » par le baptême dans le Christ, d’une union inamissible… La dernière mise au point de la Congrégation de la Doctrine de la Foi sur le mot subsistit est à ce propos très éclairante. Tout en affirmant que l’Eglise ne peut pas enseigner de nouveauté, elle confirme la nouveauté introduite au Concile…

De même pour l’évangélisation : le devoir sacré de tout chrétien de répondre à l’appel de Notre Seigneur Jésus-Christ est d’abord affirmé, « Allez par tout le monde, et prêchez l’Evangile à toute créature. Celui qui croira et sera baptisé, sera sauvé ; celui qui ne croira pas, sera condamné. [2] » Mais il est ensuite allégué que cette évangélisation ne concerne que les païens, et ainsi, ni les chrétiens, ni les juifs ne sont concernés… Tout récemment les cardinaux Kasper et Bertone, au sujet de la controverse sur la nouvelle prière pour les Juifs, ont affirmé que l’Eglise ne les convertirait pas.

Ajoutons à cela les positions papales au sujet de la liberté religieuse et nous pouvons aisément conclure que le combat de la foi n’a en rien diminué ces dernières années. Le Motu Proprio qui introduit une espérance de changement vers le mieux au niveau liturgique, n’est pas accompagné par des mesures logiquement corrélatives dans les autres domaines de la vie de l’Eglise. Tous les changements introduits au Concile et dans les réformes post-conciliaires que nous dénonçons, parce que l’Eglise les a précisément déjà condamnés, sont confirmés. Avec la différence que désormais, on affirme en même temps que l’Eglise ne change pas… ce qui revient à dire que ces changements seraient parfaitement dans la ligne de la Tradition catholique. Le bouleversement au niveau des termes joint au rappel que l’Eglise doit rester fidèle à sa Tradition peuvent en troubler plus d’un. Tant que les faits ne corroborent pas l’affirmation nouvelle, il faut conclure que rien n’a changé dans la volonté de Rome de poursuivre les orientations conciliaires, malgré quarante années de crise, malgré les couvents dépeuplés, les presbytères abandonnés, les églises vides. Les universités catholiques persistent dans leurs divagations, l’enseignement du catéchisme reste une inconnue alors que l’école catholique n’existe plus comme spécifiquement catholique : c’est devenu une espèce éteinte…

Voici pourquoi la Fraternité Saint-Pie X ne peut pas « signer d’accord ». Elle se réjouit franchement de la volonté papale de réintroduire le rite ancien et vénérable de la sainte Messe, mais découvre aussi la résistance parfois farouche d’épiscopats entiers. Sans désespérer, sans impatience, nous constatons que le temps d’un accord n’est pas encore venu. Cela ne nous empêche pas de continuer d’espérer, de continuer le chemin défini dès l’an 2000. Nous continuons de demander au Saint-Père l’annulation du décret d’excommunication de 1988, car nous sommes persuadés que cela ferait le plus grand bien à l’Eglise et nous vous encourageons à prier pour que cela se réalise. Mais il serait très imprudent et précipité de se lancer inconsidérément dans la poursuite d’un accord pratique qui ne serait pas fondé sur les principes fondamentaux de l’Eglise, tout spécialement sur la foi.

La nouvelle croisade du Rosaire à laquelle nous vous appelons, pour que l’Eglise retrouve et reprenne sa Tradition bimillénaire, appelle aussi quelques précisions. Voici comment nous la concevons : que chacun s’engage à réciter un chapelet à une heure assez régulière du jour. Vu le nombre de nos fidèles et leur répartition dans le monde entier, nous pouvons être assurés que toutes les heures du jour et de la nuit auront leurs voix vigilantes et orantes, de ces voix qui veulent le triomphe de leur Mère céleste, l’avènement du Règne de Notre Seigneur, « sur la terre comme au ciel ».
+ Bernard Fellay

Menzingen, le 14 avril 2008


[1] Mensuel Jesus, novembre 1984, p. 72.

[2] Mc, 16, 15-16.

date : 19/4/2008